Anticiperò già in questo incipit che questa triade di argomenti mi sta molto a cuore: gran parte del mio interesse ad approfondire questa discussione deriva da una questione molto personale che in qualche modo mi ha segnato. Forse una piccola parentesi di presentazione della situazione è d’obbligo per entrare nel topic. Sono una persona che ama lo sport in generale, i miei genitori penso non mi abbiano mai spinto a praticare attività; è stata quasi sempre una mia presa di decisione e posizione.

Vengo da un paesino di 1000 anime in Val di Non, in trentino. Fino all’età di 7 anni ho cominciato a correre per una società locale di corsa su strada. Più o meno verso la quinta elementare, mio papà, ex giocatore di palla tamburello, è stato in un certo senso forzato dal direttivo della società tamburellistica del paese a mettere insieme una squadra giovanile, dal momento che la prima squadra era riuscita ad ottenere la promozione in serie B e, da regolamento, non avrebbe potuto partecipare al campionato cadetto se non avesse avuto un settore giovanile (capite ben dove siamo arrivati: società senza materia prima su cui puntare e lavorare!!!). Ho cominciato così a giocare a tamburello e, allo stesso tempo, partecipavo a gare di corsa su strada. I primi anni sappiamo tutti come sono: tra crescita, adolescenza ecc… era tutto in fase di rodaggio. Ma piano piano i risultati cominciavano ad arrivare soprattutto dal lato corsa più che dal lato tamburello, sport di squadra in cui le qualità individuali contavano fino ad un certo punto. In seconda superiore però ho dovuto fare una scelta che, a posteriori, definirei “tragica” in un certo senso, ma altamente “formativa”. Tamburello o corsa era diventato ormai un aut aut, tanto che mi ritrovavo a giocare partite la mattina e lo stesso giorno, nel pomeriggio, dovevo essere (magari a 50 km da dove avevo giocato al mattino) a gareggiare. Presa la decisione ormai era inutile tornare indietro. Ho giocato così per un anno intero a tamburello, ma la passione per la corsa non se ne andava (mi ha sempre dato la possibilità di scaricare tutte le tensioni e di non pensare a nulla). Per decisioni preferenziali e di raccomandazione mi è stata letteralmente chiusa e sbattuta in faccia più volte la porta. Fin da bambino però non ho mai smesso di sognare: già quando correvo mi ero prefissato di essere alle olimpiadi a 18 anni (abbastanza pretenzioso direi…) e il sogno che avevo quando giocavo a tamburello era quello di vestire i colori della maglia azzurra. Sarà perché sono duro a morire, ma non ho mai mollato in nessuna situazione. Stufo di dipendere dagli altri ho deciso di mettermi in proprio e l’anno successivo ho cominciato a giocare a tennis (riempiendo ulteriormente l’agenda, già piena di partite e allenamenti tamburellistici), arrivando a giocare ad un buonissimo livello in poco tempo, ma senza partecipare a tornei perché le stagioni e gli impegni di entrambi gli sport si sovrapponevano. Posso dire che quello che ho ottenuto sul campo e nella vita fino ad adesso non me l’ha mai regalato nessuno e non ho mai voluto essere portato in palmo di mano (se c’è una cosa che odio profondamente sono le raccomandazioni, ma ormai mi sono fatto il callo anche a quelle…).

 

Ritornando al discorso sogni, credo che sognare sia una delle peculiarità insite nella natura umana. Sono pochi al mondo d’oggi coloro che riescono veramente a sognare. Sognare non significa solamente desiderare qualcosa che all’inizio riteniamo utopico da realizzare; sognare ci permette di vedere oltre le nostre capacità attuali e di immaginare quelle future, ma allo stesso tempo ci dà l’opportunità di stilare una “scaletta” di obiettivi da perseguire per inseguire il nostro sogno. Sognare non vuol dire essere pazzi, essere dei sognatori vuol dire mettersi dietro tutto il pessimismo che circonda il mondo in cui viviamo e sperare, dare vita a ciò in cui crediamo veramente. A mio modo di vedere il sogno ci motiva anche quando la strada per l’obiettivo si fa sempre più salita, dà adito ad una motivazione intrinseca senza eguali.

È da un po’ di tempo che sto leggendo un libro molto interessante sull’argomento della performance. S’intitola “The gold mine effect” di Rasmus Ankersen, ex calciatore professionista che all’età di 20 anni (a causa di un grave infortunio) ha deciso di viaggiare nel mondo per identificare i segreti della massima performance. Ha indentificato 5 “gold mines” (luoghi in cui venivano e vengono sfornati i migliori atleti mondiali di determinate discipline; come ad esempio la jamaica per gli sprinter, il kenya per i mezzofondisti ecc…) e ha cercato di studiare il “perché da questa zona provengono i cosiddetti elite athletes”. I keniani per esempio crescono in un mondo dove viene insegnato loro che non possono perdere una gara contro un “bianco”: questo da loro una quantità di self-belief (consapevolezza di sé, che porta poi al cosiddetto effetto placebo) che gli permette di credere maggiormente nelle proprie capacità, raggiungendo l’apparente impossibile. Sono convinti che se un keniano è riuscito nell’impresa di vincere le olimpiadi perché non possono farlo anche loro? Sembra strano, ma la troppa conoscenza, a cui noi europei e americani diamo importanza, non sempre porta agli effetti desiderati. Al contrario il desiderio e l’immaginazione sono molto più importanti della conoscenza stessa perché vedere oltre significa sognare e quindi la barriera per tagliare il traguardo in un determinato tempo non è più fisica, ma mentale. Naturalmente sto parlando di atleti di caratura mondiale, ma anche noi nel nostro piccolo possiamo adattare questi principi. I carichi a cui questi atleti si sottopongono sono selvaggi e li portano sempre al limite delle loro potenzialità. Ed è proprio il credere in sé stessi e nei propri sogni che li spinge a considerare la fatica e il dolore come un criterio di valutazione del raggiungimento o meno dell’obiettivo. Nel bel paese invece molti si fermano sempre prima di aver raggiunto il proprio limite fisiologico. È proprio una questione di cultura e soprattutto di abitudine a non accontentarsi mai (la curiositas di cui si parlava ieri appunto). Accontentarsi rappresenta una sorta di sconfitta personale: essere affamati di conoscenza (sognare dunque) e la stessa convinzione di spingersi al limite è la chiave di tutto. Ma in un mondo in cui la comodità la fa da padrone non vedo via d’uscita, a meno che non si trovino delle rarità, delle rose del deserto in una foresta pluviale che abbiamo la voglia, la convinzione, il desiderio, la fame e la mentalità giusta per raggiungere l’impossibile. Questi whispering talents però sono difficili da scovare, richiedono tempo e curiositas per essere trovati, ma una volta stimolati si scoprono aver un potenziale fuori dal normale (si pensi ad esempio al caso di asafa powell). Se poi aggiungiamo che i criteri di meritocrazia sono ormai un miraggio, soppiantati dalle raccomandazioni, è inutile lamentarsi che il mondo sta andando in questa direzione. Quando ieri ha parlato che “l’atleta non è una scatola da riempire, ma un fuoco da accendere” mi si è aperto letteralmente il cuore. Finalmente!!!! E questo è uno dei tanti tasselli mancanti perché non c’è una cultura sportiva adeguata, soprattutto qua in Italia. E soprattutto i giovani crescono accontentandosi, senza dare vita al proprio potenziale, ma soprattutto senza sogni. Forse sto diventando un po’ “polemico” perché ho vissuto in prima persona situazioni tali da farmi credere che in Italia non si potrà mai trovare un clima/ambiente per poter esprimersi al massimo delle proprie capacità (sia per un motivo di mancanza di cultura sportiva che per una scarsa preparazione di tecnici ecc…).

Riporto qui sotto un pensiero che ho scritto su facebook pochi giorni fa (non entra proprio nell’argomento, ma è un’istantanea che mi sono fatto):

“A volte mi chiedo dove possano essere andati tutti i valori morali, quei valori di correttezza, di rispetto reciproco, di buon senso che tanto ci vengono insegnati fin quando siam bambini; senza ovviamente capirne a fondo il significato.
Stiamo vivendo in un mondo dove la differenza tra giusto e sbagliato è sottilissima, dove la differenza tra fare del bene e fare del male dipende dal mero principio opportunistico da cui vogliamo trarre vantaggio, dove aiutare è visto come un atto per mettersi in “bella vista”; dove vivere, nella maggior parte dei casi, rappresenta solamente la realizzazione “monetaria” del proprio ego.
Forse la coltre di pessimismo sta cercando di soffocarci sempre più o forse no. Forse il troppo permissivismo e lassismo ci ha portato dove siamo ora o forse no. Forse sarebbe meglio farsi un esame di coscienza o forse no. Forse la velocità con cui corriamo tutti i giorni, che non ci permette vivere veramente ogni singolo momento, ha rubato alle emozioni e ai sentimenti, appiattendo tutto quanto, o forse no. Forse è ora di fare un passo indietro e chiedersi perchè sta andando così, o forse no.
La vita secondo me è fatta di sfide (non di problemi) e la droga più potente di cui possiamo farci a questo mondo è il positivismo, la determinazione e la consapevolezza di sè stessi.
Ed è proprio questo che manca: essere positivi, non tralasciando le sfide che la vita ci pone davanti, essere sè stessi, senza vivere dietro una maschera fittizia imposta da “amici”/società, esprimere i propri sentimenti, senza avere paura delle reazioni che possono suscitare, porsi degli obiettivi non guardando ossessionati all’obiettivo, ma godendosi tutto quello che sta in mezzo perchè “Non è la destinazione, ma il viaggio che conta”.

Di obiettivi e sogni ne ho molti adesso: vorrei lavorare soprattutto con sportivi professionisti per quanto riguarda la mia carriera (non necessariamente in italia, ma preferibilmente all’estero) e cercare di raggiungere i miei limiti fisiologici (anche a me piace faticare molto). Ma un sogno in particolare che ho nel cassetto è quello di formare una sorta di azienda che sponsorizza e dà la possibilità ad atleti meno abbienti, ma con le potenzialità adeguate, ad allenarsi e realizzare magari i propri sogni olimpici. Negli stati uniti è già presente un tipo di fondazione (RunGum) di questo tipo, fondata da un certo Nick Symmonds, ottocentometrista statunitense, nonché atleta olimpico che nel giro di 3 anni (se non sbaglio all’età di 21 anni) è stato scovato da un allenatore che lo ha portato al pass olimpico e alla vittoria di numerosi campionati nazionali nella disciplina.

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